film, recensione

Captain Fantastic e il coraggio di vivere a modo proprio

captain-fantastic-bus

Captain Fantastic parla di vita vera attraverso un’ideale di vita estremo, racconta di come a volte i rapporti umani possano essere molto difficili e complicati e di come fare i genitori non sia per niente una passeggiata.

La storia è quella di una famiglia numerosa e variopinta composta da un padre e sei figli che vivono nella foresta nord americana cacciando, leggendo saggi di storia e di politica, suonando e cantando intorno al fuoco; Ben, il padre (Viggo Mortensen) allena i figli a sopravvivere alle situazioni più estreme e a combattere e lo fa con allenamenti e ritmi di vita discutibili. La mamma è dovuta andare lontano, è stata ricoverata per una malattia mentale: il bipolarismo.

La vita famigliare scorre serena fino a quando un giorno arriva una tragica notizia: la mamma è morta, si è suicidata e i suoi genitori non vogliono che la famiglia partecipi al funerale, perchè non condividono quella vita fuori dall’ordinario che conducono nella foresta.

Da questo tragico avvenimento si sviluppa la storia, un’avventura, un viaggio su un pulmann vintage che ricorda molto il volkswagen giallo di “Little miss sunshine”: bisogna andare al funerale della mamma, bisogna far rispettare le sue ultime volontà. I ragazzi però che hanno sempre vissuto nella foresta non riescono ad adattarsi bene al mondo reale, si scontrano con quello che per noi è banale e quotidiano e che per loro è invece strano e inusuale, proprio questo scontro con la realtà fa maturare in alcuni di loro la consapevolezza che c’è di più al di fuori della foresta e che anche se sanno sopravvivere a qualsiasi situazione estrema non sanno come affrontare la normalità.CAPTAIN FANTASTIC

Il film è geniale perchè ci mostra l’assurdità del loro modo di vivere ma anche quella delle famiglie “moderne” e civilizzate come le nostre e della società contemporanea. E’ un inno a vivere la propria vita come si vuole, un inno all’amore e anche al cambiamento in nome dell’amore, perchè nessuno è giusto e nessuno è sbagliato ma a volte bisogna saper cambiare per migliorare.

imperdibile la versione di “Sweet Child o mine” del film https://www.youtube.com/watch?v=Zdh2hot8rjU

Annunci
Standard
libri, recensione

Un libro da non lasciarsi scappare: “Il cardellino” di Donna Tartt

9788817072380_0_0_1505_75Lo so, ho da poco scritto una recensione su “Dio di Illusioni” e forse dovrei cambiare autore… peccato che “Il Cardellino” mi abbia fulminata, ottocento pagine che scorrevano fra le mie dita senza che io me ne accorgessi. In una/due settimane l’ho finito, e pensare che l’avevo comprato dicendomi che era un vero e proprio mattone e che sarei riuscita a finirlo nell’anno del duemilamai (dato che io sono un’esperta nel lasciare i libri a metà); invece eccomi qui, a parlarvi di uno dei libri che è entrato di diritto nella lista dei miei libri preferiti.

Il protagonista del Cardellino è Theo Decker, che seguiamo dall’infanzia all’età adulta, Theo non è il solito protagonista dei romanzi di formazione e questo infondo non credo possa essere considerato un vero e proprio romanzo di formazione nonostante sia stato paragonato ai libri di Charles Dickens. Theo è infatti come i protagonisti  di Oliver Twist e di Grandi Speranze, un orfano, prima di tutto orfano di madre a causa di un’evento che sconvolgerà la sua vita e la sua psiche condizionando le sue scelte future: un’esplosione all’interno del Metropolitan Museum di New York , proprio in questa occasione oltre a perdere la madre si ritrova a “rubare” il dipinto “Il Cardellino” di Fabritius che lo accompagnerà per tutto il romanzo.

Non voglio rovinare a nessuno la lettura di questo capolavoro premio Pulitzer 2014, per questo mi limiterò a dirvi perchè secondo me nonostante la mole che potrebbe giustamente spaventare, questo sia un libro imperdibile:

Innanzi tutto Theo non è un orfanello innocente come quelli dickensiani, la tragedia lo ha sconvolto talmente tanto che fin da piccolo cade vittima di alcool, droghe e depressione, d’altronde come può un bambino sopravvivere indenne ad una tragedia di tale portata? Theo è fondamentalmente solo al mondo: con dei nonni a cui non importa niente di lui e un padre alcolista e giocatore d’azzardo che nonostante provi ad occuparsi di lui non riesce a dargli l’affetto e le attenzioni che un figlio meriterebbe. Nella sua solitudine Theo incontra però un altro ragazzino come lui: Boris, solo anche lui con un padre alcolizzato e violento, e che cosa può accadere quando due solitudini si incontrano? non si colmano, ma si stanno vicino a tutti i costi perchè sanno cosa significa perdere qualcuno. Ed è così che nel deserto di Las Vegas tra alcool e droghe nasce la loro amicizia, o meglio, il loro rapporto esclusivo e ambiguo che tornerà a farsi vivo lungo tutto il libro: l’amicizia fra questi due ragazzi soli è secondo me la cosa più bella e dolce della storia. Un’altro rapporto importante per Theo è quello con Hobie, l’unico adulto che lo accoglie con affetto nel momento del bisogno, che lo toglie dalla strada e gli dà un futuro: forse perchè anche in questo caso anche lui si sente solo? un’altro aspetto che mi è piaciuto è che per il protagonista non ci sia redenzione; non sono d’accordo con chi vede nelle ultime pagine del libro un Theo redento e positivo, per lui la vita è ancora un muro contro cui scontrarsi, un universo indecifrabile pieno di dolore e morte che ci costringe nonostante tutto a buttarci a capofitto al suo interno. Un bellissimo libro che contiene qualche pecca a mio avviso: non mi è piaciuto il rapporto che Theo instaura con Pippa e la sua attrazione morbosa per questa ragazza che in fondo, non ha niente di speciale, è sempre descritta come una fatina ferita da quello che le è accaduto (anche lei è stata coinvolta nell’esplosione al museo) ma non c’è per il suo personaggio un vero e proprio sviluppo, una crescita, non riesce a catturare anche il lettore oltre che Theo. Un altro lato negativo sono le tirate filosofiche tipiche della Tartt, bellissimi i concetti, ma espressi in maniera troppo intricata e poco chiara, peccato!

Nonostante ciò “Il cardellino” è una calamita: proprio come il quadro protagonista che attira a sè chi lo ammira, il libro aggancia il lettore e lo trascina nel suo mondo. Alla fine vi sembrerà di aver lasciato degli amici e se le ultime pagine non vi commuoveranno, non so cos’altro potrebbe farlo.

 

 

 

Standard
film, movie

Dunkirk: non il solito film di guerra

 

coverlg_home

Quattrocentomila, è questo il numero di soldati inglesi e francesi ma prima di tutto di uomini, che nella primavera del 1940 si sono riversati sulla spiaggia di Dunkerque(Dunkirk in inglese) per sfuggire all’esercito tedesco, nell’attesa che la marina britannica li prelevasse per trasportarli finalmente a casa oltre il canale della manica secondo quanto stabilito dall’operazione “Dynamo”.

A quanto pare erano anni che Cristopher Nolan progettava di girare un film su Dunkirk, e quando finalmente si è deciso a farlo non ha voluto dirigere un film di guerra convenzionale: Dunkirk è stato girato alternando Imax e 65mm (pellicola) per coinvolgere al massimo lo spettatore e il coinvolgimento è garantito anche dalle musiche di Hans Zimmer: compositore fedele di Nolan che per lui aveva già curato la colonna sonora di alcuni suoi film come Inception e Interstellar.

Il film è ambientato in tre tempi differenti e in tre situazioni differenti: il molo (una settimana prima dell’evacuazione), il mare (un giorno prima) e il cielo (un’ora prima). Nella prima parte a terra il nemico è ovunque ed è praticamente invisibile: arriva a sorpresa dal cielo preceduto solo da un sibilo e bombarda la spiaggia piena di uomini o silura in mare le navi che partono e la lotta per la sopravvivenza fra i soldati che devono imbarcarsi si fa disperata. In acqua le navi civili, tra cui una in particolare con i suoi proprietari fa da protagonJack Lowden Collins Tom Hardy Farrier Dunkirkista, vengono mobilitate nel disperato tentativo di riuscire a portare via gli uomini da quella maledetta spiaggia con qualsiasi mezzo possibile. In cielo invece si combatte un’altra lotta: quella tra gli aerei britannici e quelli tedeschi, questa è sicuramente la parte migliore: i combattiemnti aerei sono infatti incredibilmente realistici grazie alla tecnologia Imax con cui il regista ci porta davvero in aria e in cabina con i piloti.

Dunkirk non è come gli altri film di guerra soprattutto perchè non punta a commuovere con storie strappalacrime, la storia personale dei soldati infatti non ci viene raccontata e si fa quasi fatica a ricordare i loro nomi. Dunkirk commuove si, ma lo fa maxresdefaultin un modo diverso e quasi subdolo, la tragedia si compie davanti nostri occhi impotenti, Nolan ci rende partecipi della lotta per la sopravvivenza di quelli che potrebbero essere i nostri fratelli o i  nostri figli: per la maggior parte ragazzi spaventati che vogliono solo tornare a casa vivi.

 

Vi ritroverete sulla spiaggia con la paura che arrivi un aereo a bombardarvi, vi ritroverete in mare tra i superstiti che fuggono dalle navi silurate che colano a picco e con le imbarcazioni civili che tentano in tutti i modi di salvarli, vi ritroverete infine in cielo con i gli eroici piloti dell’aereonautica che mentre abbattono gli aeri nemici assistono dall’alto alla tragedia. Non vedrete l’ora di tornare a casa, non vorrete più ritornare neanche con il pensiero su quella spiaggia devastata in quell’atmosfera grigia piena di morte e disperazione ma, alla fine, anche di speranza.

Christopher-Nolans-Dunkirk-IMAX-poster-cropped

Standard