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Road to Oscar: The Disaster Artist

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Tommy Wiseau è un uomo particolare: nessuno sa da dove venga o quanti anni abbia e non ha alcuna vergogna a mettersi in situazioni potenzialmente imbarazzanti, Greg Sestero invece è un ragazzo di diciannove anni e condivide con Tommy il sogno di diventare un attore professionista ma la sua timidezza è un ostacolo per le sue performance. Tra i due nasce un amicizia/alleanza per sostenersi nel loro progetto di fare carriera nel mondo del cinema; ed è proprio per rincorrere questo sogno che i due decidono di trasferirsi a Los Angeles.

Los Angeles però non è la terra promessa che i due immaginavano e dopo molti rifiuti l’unica soluzione sembra essere quella di realizzare un film con lethe-disaster-artist-tda-02424_rgb loro forze: Tommy si improvvisa così sceneggiatore e regista e quello che ne uscirà sarà “The Room” film del 2003 diventato un culto per la sua assurdità. Durante le riprese l’amicizia fra i due protagonisti sarà messa a dura prova soprattutto dalle stranezza e dalla fragilità di Tommy che è tanto fuori dagli schemi quanto enigmatico. Se non si sapesse che è una storia vera non sarebbe possibile crederlo: The Disaster artist è la storia di un sogno folle diventato reltà è la rivincita dei perdenti e degli emarginati. Un film divertente che ci regala anche una visione cinica e probabilmente realistica, del mondo di Hollywood.

Il film è Candidato al premio Oscar per “miglior scenggiatura non originale” è infatti tratto dal libro scritto da Greg ” The Disaster Artist: My Life Inside The Room, the Greatest Bad Movie Ever Made”. Anche James Franco (protagonista e regista del film), se non fosse stato accusato di molestie, sarebbe quasi sicuramente stato fra i candidati per “miglior attore protagonista” per la sua interpretazione di Wiseau, che è senza ombra di dubbio la sua miglior performance attoriale: un consiglio per apprezzare la sua bravura? guardate il film in lingua originale!

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Road to Oscar: Phantom Thread//Il filo nascosto

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Reynold Woodcock è uno stilista che veste alcune delle donne più importanti della Londra anni ’50, vive in una casa suntuosa con sua sorella Cyril e segue una rigida routine fatta di colazioni silenziose, attenzione ad ogni minimo dettaglio, donne che vanno e vengono e lavoro ad orari improbabili. La sua vita cambia quando incontra Alma; cameriera in un hotel della costa, l’attrazione è immediata e Woodcock finisce per farla diventare la sua musa e la sua amante. Alma inizia a lavorare per lui e a vivere in casa sua con la sorella, ma scopre ben presto che la vita con lo stilista è tutt’altro che semplice a causa del suo carettere scontroso e delle regole rigide che governano la casa/laboratorio e per avere l’amore e le attenzioni del suo amato mette in atto un atteggiamento scontroso che si alterna però a momenti di affetto profondo che solo in alcuni casi sembra essere ricambiato dal compagno.

Paul Thomas Anderson con questo film analizza i rapporti umani in maniera sublime: Woodcock ha un attaccamento malsano alla sorella Cyril che dopo la scomparsa della loro madre lo accudisce quasi come un bambino; anche la relazione con la compagna Alma si trasforma velocemente in un rapporto malsano e tormentato. Phantom-Thread-by-Paul-Thomas-Anderson.jpgWoodcock non è capace di amare se non quando è in condizione di svantaggio, quando la sua mania di controllo non può agire e ha bisogno di essere accudito: prima dalla madre, poi dalla sorella e infine da Alma. Così nell’amore con Alma si trasforma presto da aguzzino a vittima. Le relazioni per Anderson sono fatte di compromessi e accettazione dei difetti dell’altro, due esseri umani che si incontrano devono per forza infatti fare i conti con le manie e i lati negativi dell’altro e in che modo si possono superare queste differenze che spesso,come in questo film, sembrano essere insuperabili?

Ciò che rende Il filo nascosto un film da Oscar oltre alla storia è la regia di Anderson: l’attenzione al dettaglio di Woodcock sembra trasferirsi al regista che cura ogni scena e ogni ambientazione come lo stilista cura in maniera maniacale i suoi abiti d’alta moda. Sublime è anche l’interpretazine di Daniel Day-Lewis nei panni del protagonista, interpretazione che gli è valsa la candidatura all’Oscar come miglior attore protagonista dopo che nel 2013 ha vinto per Lincoln di Steven Spielberg.

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Se il contenitore è bellissimo ma è vuoto: una riflessione su “The shape of water”

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Tredici nomination agli Oscar e la vittoria al festival di Venezia sono un fardello pesante da portarsi dietro. “The shape of water” (in italiano La forma dell’acqua) ha collezionato premi e nomination, il tutto condito da gran parte della critica che lo ha osannato e acclamato come un capolavoro: il problema è che questo film non riesce a reggere il peso delle aspettative e nonostante gli si possano riconoscere molti meriti come la bellissima ricerca estetica di cui è oggetto grazie alle ambientazioni anni sessanta e ai colori, che riescono ad immergere lo spettatore in un mondo quasi surreale o come le interpretazioni magistrali della maggior parte degli attori; la storia che sta alla base di questo film risulta banale e mal sviluppata.

E’ innegabile, che Guillermo del Toro sia un bravo regista e che i suoi film siano surreali e popolati di strane creature da sempre ma “The shape of water” non convince fino in fondo e ad un film presentato con queste premesse, alcune lacune sono imperdonabili. Quella che vorrebbe essere una favola d’amore “dark” si trasforma infatti in un amore ambiguo e poco credibile che si risolve troppo velocemente. Nemmeno il tentativo di inserire nella storia temi importanti come l’emarginazione sociale, la paura del diverso e la solitudine si concretizza in un reale contenuto che possa bilanciare l’irrealtà della storia. I luoghi e i personaggi non ci vengono minimante presentati, l’approfondimento psicologico dei personaggi è minimo e minimo è anche l’approfondimento del rapporto fra la protagonista Elisa e la creatura di cui si innamora: un rapporto amoroso che si risolve in poco tempo e che se all’inizio poteva essere interessante, verso la fine dà vita a scene di una banalità e di un’assurdità quasi al limite del ridicolo.

“La forma dell’acqua” non è un brutto film, ma è semplicemente, a mio avviso, un bellissimo contenitore vuoto di significato. Alla fine della proiezione è difficile guardandosi dentro trovare qualcosa del film che ci sia rimasto impresso o che ci abbia colpito, o anche solo che ci abbia fatto pensare. probabilmente grazie anche alla grande operazione di promozione che ha messo in moto, questo film si porterà a casa molte delle statuette per cui è in corsa ma i film che si trovano a gareggiare con lui nella categoria “miglior film” nonostante siano film sicuramente più scontati, semplici e classici (ad eccezione forse dell’horror Get Out che sembra essere molto originale), sono nettamente superiori a questo esercizio di stile di Guillermo del Toro: se non altro perché lasciano qualcosa dietro di loro quando finiscono e le luci in sala si riaccendono.

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(questa è un opinione puramente personale; so di molti che hanno amato il film e per me già il fatto che questo film abbia fatto discutere è un buon segno)

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Road to Oscar: Lady Bird

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Avete mai desiderato quando eravate adolescenti di cambiare nome e di trasferirvi in un’altra città? vi siete mai chiesti almeno una volta nella vita se poteva esserci qualcosa di più al di fuori della vostra cittadina? Christine o meglio, come preferisce farsi chiamare lei: Lady Bird, ha diciassette anni e si fa proprio queste domande.

Lady Bird vive nella periferia di Sacramento in un quartiere modesto, ha pochi amici, si scontra spesso con sua madre e va in una scuola cattolica. Non riesce a capacitarsi che la vita sia tutta qui, ci deve essere qualcosa di più emozionante e stimolante oltre quello che già conosce e che ormai odia. Ha una migliore amica: Julie e con lei recita nel gruppo di recitazione della scuola, è così che conosce Danny il suo p

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rimo amore ed è invece grazie ad una festa che nota Kyle ragazzo “bello e dannato” interpretato dal protagonista di “Chiamami col tuo nome” Thimothee Chalamet ma Christine ha soprattutto un rapporto difficile con la madre; che sembra non essere contenta delle stranezze della figlia ma che in realtà nutre per lei un grande affetto, e una famiglia stranamente assortita all’interno della quale l’unico che sembra capirla è suo padre. Lady Bird sogna New York e un college “come Yale ma non Yale” mentre tutto sembra portarla verso il college di Sacramento e lei odia quella città: troppo periferica, troppo piccola per i suoi sogni e soprattutto troppo poco stimolante per una giovane ragazza con grandi progetti per il futuro, ma Sacramento è casa ed è solo quando si troverà lontana da casa che si renderà conto quanto le manca quella città che conosce a menadito.

Lady Bird è un racconto di formazione, un piccolo romanzo alla “Il giovane Holden” su schermo; è la storia di una ragazza anti conformista che si destreggia tra amicizie di lunga data, rapporti

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difficili con i genitori, primi amori, prime volte e sogni che devono fare i conti con la realtà. La regia è di Greta Gerwing che per la storia di Christine si è ispirata alla sua adolescenza e alla sua città natale e la protagonista è l’attrice Saoirse Ronan che per questo ruolo ha vinto il Golden Globe ed è candidata all’Oscar; ma questa è solo una delle cinque nomination che il film ha ottenuto tra cui spicca quella per “miglior film”.

Se amate i racconti di formazione e i film dall’atmosfera indie, Lady Bird non vi deluderà! Diventerà senza dubbio una pietra miliare tra i film di questo tipo, il manifesto di una generazione.

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Road to Oscar: The Post

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Che Steven Spielberg fosse un maestro della regia lo sapevamo già da molto tempo, ma nel caso ne volessimo la riconferma basta andare a vedere il suo ultimo film: “The Post”.

Candidato a due premi Oscar: miglior film e miglior attrice protagonista per Meryl Streep, il film narra la vicenda dello scandalo della pubblicazione dei  Pentagon Papers, documenti segreti della difesa americana in merito alla guerra del Vietnam; pubblicati prima sul New York Times e poi sul Washington Post nel 1971.

Meryl Streep interpreta Katharine Graham editrice del Post e prima donna alla guida del quotidiano, la sua posizione diventa ancora più difficile quando NOR_D24_063017_134569_R3-e1516020703310-700x430si trova a dover decidere se pubblicare o meno i documenti top secret dopo che al New York Times è già stato intimato di non farlo. Ad affiancarla e spronarla c’è il direttore del giornale: Ben Bradlee interpretato da Tom Hanks, che insiste perché i documenti siano pubblicati anche in nome della libertà di stampa che l’ingiunzione al Times sembra voler violare. La pubblicazione potrebbe comportare gravi conseguenze per il giornale che è stato tra le altre cose, appena quotato in borsa, sia Katharine che Ben si giocano la carriera e il Post la reputazione: ma è meglio lasciar perdere e far vincere una presidenza che per anni ha insabbiato informazioni fondamentali o rischiare e, senza farsi intimidire dal potere, battersi perché il popolo americano sappia?

La forza di “The Post” non è solo la storia che coinvolge ed emoziona ma anche e soprattutto la regia di Spielberg ci fa entrare nelle scene attraverso inquadrature magistrali e che, nonostante un inizio un po’ a rilento, riesce a riprendersi egregiamente, merito anche di  Meryl Streep e Tom Hanks che si riconfermano ancora una volta delle colonne portanti della recitazione americana.

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Alla fine del film ci viene proposta una possibile anticipazione per il prossimo lavoro di Spielberg: che sia sullo scandalo Watergate?

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Sergei Polunin e la magia di “Satori”

“Satori è un termine buddista giapponese che significa “risveglio spirituale” o “illuminazione” che si rivela solo attraverso l’esperienza personale. Per Sergei Polunin, Satori rappresenta il proprio percorso di ricongiungimento con l’amore per la danza e la passione per l’arte”

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E’ con queste parole che inizia il libretto di scena del nuovo spettacolo di Sergei Polunin “Satori”, Polunin è uno dei più grandi ballerini degli ultimi anni, nel 2010 è stato il primo ballerino più giovane del Royal Ballet a soli diciannove anni. Polunin è una stella che brilla più che mai ma nel 2012 decide di lasciare la compagnia perché come dirà più tardi lui stesso “L’artista in me stava morendo”.

Satori è uno spettacolo diviso in tre parti:

la prima si intitola “First solo” e vede Polunin danzare da solo sul palcSatori-Artwork250-mino con in sottofondo le parole delle poesie di Alexander Galich, su un palco vuoto e nero con la luce come unica compagna. in questa prima parte Polunin riesce a riempire con la sua energia quel vuoto nero e “Racconta la ricerca di libertà di un uomo attraverso quella stessa danza che lo rende schiavo”.

la seconda parte “Sckrjabiniana” vede protagonisti, oltre a Polunin, primi ballerini/e e solisti/e del Bol’soj di Mosca, della Royal Opera House di Londra e di altri prestigiosissimi teatri. Qui sul palco riempito solo dai giochi di luce, si alternano per lo più passi a due e “si susseguono storie romantiche, liriche, drammatiche, tragiche e eroiche”.

La terza parte “Satori” è il momento culminante dello spettacolo e la sua degna chiusura, protagonista anche questa volta è Polunin, ma una parte da protagonista la fanno anche le scenografie di David La Chapelle che immergono il palco in un’atmosfera onirica tra nuvole , alberi, segni zodiacali e giochi di luci ed ombre.

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Con “Satori” Sergei Polunin dimostra (se fosse ancora necessario farlo) di essere una stella della danza, un gioiello fragile e ribelle, fuori dallo stereotipo del ballerino modello, un lampo di luce nel buio della normalità.
Sono convinta che se Sergei Polunin fosse un pittore sarebbe sicuramente Caravaggio.

 

 

 

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