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Il giardino dei ciliegi tra finzione e realtà

“Il giardino dei ciliegi: trent’anni di felicità in comodato d’uso” è uno spettacolo della compagnia Kepler-452, ispirato al celebre racconto di Cechov che diventa l’espediente per parlare di una vicenda reale. La storia che effettivamente si vuole raccontare è infatti quella di due personaggi reali: Annalisa e Giuliano Bianchi che nel 2015, quando Fico-Fabbrica Italiana Contadina a Bologna era solo un progetto, sono stati sgomberati dalla loro casa e dai loro terreni per lasciare spazio al nuovo edificio.

I personaggi di Cechov Liuba e Gaev, confondono la loro storia e la loro personalità con i veri protagonisti e il giardino dei ciliegi diventa la casa colonica in cui Annalisa e Giuliano vivevano con animali comuni ed esotici ed alcuni ospiti. Uno spettacolo di denuncia, per un ingiustizia compiuta nei confronti di due persone alle quali è stata tolta la casa in cui condividevano la vita da trent’anni, un invito a riflettere sul mondo di oggi e su i suoi meccanismi che spesso vanno a discapito dell’umanità e del buon senso. nel racconto si succedono momenti di ilarità e momenti di nostalgia e tristezza; il coinvolgimento non è solo emotivo, diventa infatti reale quando alcuni spettatori vengono invitati sul palco. A fine spettacolo inoltre gli attori sono disponibili per rispondere alle domande del pubblico: un momento di chiacchera davvero interessante e piacevole che permette di chiarire alcuni aspetti della storia e azzerare ancora una volta la distanza fra palco e realtà .

Dei cinque attori protagonisti balza all’occhio il nome Lodo Guenzi cantante del gruppo “Lo stato sociale” che si cimenta egregiamente anche nel teatro: è strano e piacevole vederlo in un contesto del tutto diverso da quello patinato di X-Factor in cui ultimamente lo vediamo al tavolo dei giudici.

Per le prossime date: https://kepler452.it/in-scena

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First man: un film sullo spazio, incredibilmente terreno.

Come può un film sullo sbarco sulla luna parlare della vita terrena in modo incredibilmente approfondito ed emozionante?  la risposta la possiamo trovare in “First man” di Damien Chazelle, che il sito Leggo.it ha definito:

“una storia tra la luna e il lavandino di casa”

con questa pellicola il regista di Whiplash e La la land porta in scena, più che lo sbarco sulla luna, la vita di Neil Armstrong (interpretato da Ryan Gosling) il primo uomo a compiere quel “grande passo per l’umanità” che ha consentito all’America di vincere la corsa per la conquista dello spazio contro la Russia: è proprio sullo sfondo di questa sfida fra potenze che la vita famigliare e privata di Neil scorre tra perdita e amore, Immagine correlatadeterminazione e dubbi. Perchè per “il primo uomo” la sfida diventa del tutto personale; un obbiettivo da raggiungere a tutti i costi, l’unica cosa che lo distrae dal dolore che la vita gli ha riservato e al suo fianco a  sostenerlo c’è un incredibile donna, moglie, madre dei suoi figli (Claire Foy) che lo costringe a volte a fare i conti con la realtà più di quanto lui vorrebbe.

Soffrire di claustrofobia non è consentito, Chazelle porta lo spettatore dentro alla navicella, dentro al casco degli astronauti, sballottati all’interno di quelle che negli anni ’60 somigliavano più a scatole di sardine di scarsa qualità che ad innovazioni tecnologiche; e che potevano facilmente trasformarsi in bare. Il giovane regista ci tiene a far capire che il prezzo più alto che la conquista dello spazio ha comportato non è quantificabile in denaro ma in vite umane, che senza uomini coraggiosi e forse, in un certo senso votati al martirio, quel passo sulla superficie lunare non sarebbe mai stato compiuto.

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La colonna sonora e il montaggio sonoro che dal  rumore assordante passa al completo silenzio sono, insieme alla fotografia che indugia sui dettagli come quello di una mano tra i capelli, la cornice perfetta per un film che si candida a replicare l’incetta di nominations del suo predecessore “La la land”.

 

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